Le opere esposte in questa sede sintetizzano momenti significativi della produzione pittorica di Maria Pia Patriarca. Artista poliedrica e sincera, ovvero, totalmente padrona degli strumenti di cui si serve per dare voce e forma al suo pensiero.
Colori e parole intesi come veicoli/medium adeguati ad esternare immagini e moti dell’animo che originano nell’intimo della pittrice e vengono espressi in forme che coinvolgono lo spettatore sollecitandone la meditazione.
Per comprendere quanto ci viene mostrato è necessario considerare due livelli di lettura. Livelli che possiamo immaginare come un percorso che parte dall’esterno e prosegue all’intorno di ognuno di noi.

La crisalide 

Al primo sguardo, il più “diretto”, cosa vediamo? Farfalle che si librano leggere, fiori altrettanto aerei, ali e petali, vortici e paesaggi atmosferici.
Il tutto presentato su tavole realizzate in spatolato veneziano, tecnica che, grazie ai numerosi e sottili strati di materia stesi in tempi diversi su tavola, permette di creare riverberi di colore che conferiscono profondità alla superficie dell’opera.
Dal punto di vista figurativo possiamo ricordare anche che, sin dai tempi più antichi, la farfalla era simbolo dell’anima, entità incorporea e lieve e, per tali motivi, accostata ad elementi altrettanto volatili e delicati quali le ali, i petali, l’aria.

La metamorfosi

Se ci soffermiamo davanti ad ogni opera ci addentriamo nel secondo livello di lettura, momento nel quale possiamo chiederci se ciò che vediamo siano realmente le immagini sopra descritte.
Due tavole ci suggeriscono la soluzione: il giglio color ocra e la rosa tea/vortice collocata al suo fianco. Non è forse vero che quello che al primo sguardo è un fiore si è trasformato in un movimento? Ovvero in un vortice che simula il volo ondeggiante di un petalo o di un’ala, o addirittura, il percorso del pensiero?
Come nasce ciascuna opera? Essa non è il frutto di un progetto. Maria Pia Patriarca non si serve di disegni preparatori. Le figure che ci restituisce sono il risultato di una meditazione che la induce ad intervenire direttamente sulla tavola.
La stesura di molteplici strati di materia lavorata non di getto ma in momenti diversi e ricorsivi, come richiesto dallo spatolato, ben si adatta alla volontà dell’artista di “far emergere” la sensazione intuita.
Quando un’opera può considerarsi finita? In base a quanto detto, non tanto quando l’immagine ha peso forma, quanto nel momento in cui l’artista, accostandosi al dipinto, percepisce un “segnale interiore” che le permette di capire che l’opera è completa.

La farfalla o l’anima: la visione che va oltre

In realtà, dunque, i dipinti che vediamo sono un tramite, un mezzo, che sollecita la sensibilità di ognuno di noi invitandoci ad una osservazione meditativa che ci guida “oltre” la superficie delle cose.
Superata la visione puramente figurativa, è essenziale dire che ogni composizione diventa una sorta di mantra che coinvolge l’intero ambiente in cui ci troviamo. Perché la pittrice ascolta la sua interiorità, realizza un’opera che presenta al pubblico non come semplice oggetto da guardare ma come mezzo davanti al quale ognuno si sofferma e riscopre le immagini della propria interiorità.
Questo percorso circolare non ha una fine, ma procede incessantemente in un cammino di riscoperta, poiché tutto è già in noi – anche se spesso ce ne scordiamo, e di affinamento interiore.

La semplicità è un punto di arrivo, non di partenza.

Pittura meditativa sicuramente, quella di Maria Pia Patriarca Galliussi, ma non impulsiva. Pittura come medium per comunicare, o meglio, per invitare al viaggio interiore ed alla riscoperta delle nostre immagini che la nostra mente contiene. Sono dentro tutti noi, ma le teniamo nascoste, imprigionate, quando invece dovremmo impegnarci, perché di impegno si tratta, e fare in modo che il bruco subisca la metamorfosi e diventi elegante farfalla.

25 settembre 2010

Silvana Comelli

Marcus Gilbert Jersey